domenica 27 settembre 2009

Festival dell'India


Segnalo:

6° FESTIVAL dell’INDIA

8° Congresso Internazionale Yoga & Ayurveda
2° Simposio Spiritualità

martedì 22 settembre 2009

Dall'Arno al Gange, torna River to River

Ricevo e volentieri pubblico il comunicato stampa di River to River, il festival che perta l'India sul grande schermo.

Newsletter

River to River. Florence Indian Film Festival

4-10 dicembre 2009

Cinema Odeon

Piazza Strozzi, 1 - Firenze

Dall’Arno al Gange: a dicembre a Firenze la 9a edizione di River to River. Florence Indian Film Festival, che quest’anno propone una retrospettiva dedicata al genio malinconico di Guru Dutt, l’Orson Welles indiano.

Nonostante i consistenti tagli al budget, il Festival quest’anno propone un ricco programma di film, nuove collaborazioni e interessanti side events.

Dal 4 al 10 dicembre 2009 si terrà a Firenze la nona edizione di River to River. Florence Indian Film Festival, fondato e diretto da Selvaggia Velo.

Il Festival, con il Patrocinio dell’Ambasciata dell’India di Roma, si terrà all’Odeon, il bellissimo cinema Anni Venti nel centro storico della città, sotto l’egida della Mediateca Regionale Toscana-Film Commission all’interno dei Cinquanta Giorni di Cinema Internazionale a Firenze.

Tra i film in concorso per il River to River Digichannel Audience Award saranno proiettati i più recenti lungometraggi, cortometraggi e documentari della cinematografia indiana, a raccontare storie ed esperienze di vita che sono lo specchio di una società multiforme, colorata e in evoluzione che con una sempre maggiore frequenza si affaccia al mondo occidentale da protagonista.

Ad accompagnare i film saranno presenti registi, attori e produttori.

La retrospettiva di quest’anno sarà dedicata al genio malinconico di Guru Dutt (1925-1964), uno dei grandi registi dell’Age d’Or del cinema indiano, scomparso prematuramente (alcolizzato e suicida) a 39 anni, i cui lavori sono spesso pervasi da un senso di solitudine ma allo stesso tempo da un grande fascino.

Sono stati selezionati tre suoi capolavori, che saranno visibili su pellicole originali grazie alla collaborazione con il Directorate of Film Festivals di Nuova Delhi: il poliziesco alla francese Aar Paar - Questo o quello (1954), la contrastata storia d’amore di Mr. and Mrs. 55 (1955) e l’autobiografico e struggente Kaagaz ke Phool - Fiori di carta (1959).

mercoledì 16 settembre 2009

Gruppo di lettura: Il ragazzo giusto

More about Il ragazzo giusto

Sul gruppo di Anobii Un Filo d'India - dove si legge e si parla di letture del subcontinente - è nata un'idea: un gruppo di lettura sul libro di Vikram Seth Il ragazzo giusto, anche in vista del sequel annunciato dall'autore La Ragazza Giusta, di cui parla Silvia qui.

Si parla di iniziare il 1 Ottobre e le regole sono da definire.

Se qualcuno è interessato è ben accetto.

Basta essere registrati su Anobii e iscriversi al gruppo, aggiungere un commento alla discussione e via!

A disposizione se avete bisogno di aiuto!

IndiaNight Firenze

Venerdì 18 settembre
presso la Casa della Creatività (vicolo Santa Maria Maggiore 1) serata indiana con proiezione del video "Nove Semi, Navdanya un movimento per un nuovo cibo" (produzione Aida in collaborazione con Arsia) storia di Navdania , la fattoria fondata in India da Vandana Shiva , che da oltre 10 anni è punto di riferimento per chi si batte per la biodiversità e contro gli OGM.
Appuntamento a partire dalle 19,303 con aperitivo, musica e immagini indiane, alle ore 21,00 la proiezione e a seguire un incontro con gli autori.

a cura di Casa della Creatività e in collaborazione con River to River

lunedì 7 settembre 2009

Un mare di papaveri, di Amitav Ghosh

More about Mare di papaveri

Un Mare di Papaveri di Amitav Ghosh

Devo ammettere di avere considerato, in un primo momento, esagerato il trasporto che leggevo in rete per questo romanzo.

Avevo già letto altro di questo autore, mi era piaciuto, ma non mi avevano "conquistato".
È accaduto l'inaspettato: Un Mare di Papaveri - nemmeno avesse tra le pagine il potere dell'oppio di cui narra - ti strega e ti incatena alle pagine, una dopo l'altra.
Questo è quello che è successo a me, in queste afose sere estive di fine agosto.

Risultato: notti insonni e 550 pagine volate in pochi giorni.

Siamo nella prima metà del 1800.
Il primo personaggio in cui il lettore si imbatte è Deeti, una contadina, ingenua per condizione ma intelligente per natura e soprattutto con una dote assai particolare, con i suoi occhi grigi - da strega dicono in molti - vede, vede oltre la realtà quotidiana.

Ed è lei che vede per prima la Ibis - la vera protagonista del romanzo - la goletta, un bastimento a vela assai particolare, che l'autore ci fa conosce nei dettagli.

La prima parte del romanzo, pur preannunciando tutti i componenti della futura avventura, offre un spaccato esaustivo e quanto mai interessante sui risvolti che la coltivazione dell'oppio ha sulla vita e l'economia di questa zona interna dell'India.
La coltivazione del papavero soppianta quelle cerealicole tradizionali. Accade che un contadino, seppure povero, con unica ricchezza la sua terra, si metta a ricorrere i guadagni scegliendo la coltivazione dell'oppio, e se non lo sceglie di sua sponte, vi viene comunque indotto dai signorotti locali. La fabbrica della Compagnia delle Indie che lavora la materia prima, paga bene il prodotto scelto. Con un buon raccolto si può pensare - e lo fa anche Deethi - di prevvedere a rinforzare il tetto per l'inverno... ma se il raccolto non è buono, per comprare di che vivere, si dovrà indebitare, firmando cambiali che impegnano il suo solo bene, la terra.
È proprio questo che spinge Deeti a tentare la sorte, e non sarà la sola.
Con le un'umanità quanto mai variegata.

Senza svelare troppo della trama ben intessuta di questo magnifico romanzo, vi vorrei raccontare di Neel, il Raja di Raskhali, un personaggio di casta alta, educato secondo i più alti precetti religiosi, da questi condizionato e condotto lontano dalla umana quotidianità. Sarà come Deethi e come gli altri alla ricerca. Per dove ancora non ci è dato sapere, attendiamo fuduciosi gli altri due romanzi della trilogia.
Ma c'è un passaggio molto bello che mi sento di segnalare per l'efficacia comunicativa, in cui l'autore mette sapientemente in luce il processo estraniante che questi insegnamenti religiosi hanno avuto su Neel. Questo dotto e gracile personaggio, per un destino più che infausto, direi incontrollato, si trova repentinamente in un'altra vita, una nuova condizione in cui si trova costretto a compiere alcuni dei gesti che fino ad allora gli erano proibiti perchè impuri, peccaminosi. Si aspetta che toccando quell'oggetto o mangiando quell'alimento, su di lui si scagli la più dura punizione divina. Quando, con sua sorpresa, questo non accade, si riappropria di gesti comuni, azioni, e comprende, molto di più di quello che gli è stato insegnato da precettori e dai numerosi libri, che è lo stesso uomo, uguale a molti altri che gli stanno a fianco.

Uno degli elementi che tiene incollati alle pagine per la spontaneità e l'immediatezza che trasmette è le modalità in cui parlano i singoli personaggi. Si capisce anche dalla traduzione italiana e sicuramente sarà esageratamente bello in inglese, che ogni personaggio ha un suo linguaggio specifico: il dialetto, la lingua di quella data regione, l'inglese maccheronico dei marinai, quello degli ufficiali superiori, quello delle dame. E poi c'è la Cina, lontana ma non troppo, invischiata nel commercio dell'Oppio, presente come un ombra lontana, fonte di influssi linguistici. Quest'attenzione al "rumore di fondo" come lo chiama lo stesso Ghosh, è una peculiarità che rende straordinariamente vero e familiare questa grande epopea storica.


martedì 18 agosto 2009

UN FILO D'INDIA A SUD. Quel flipper della Turca…

Diario di viaggio: 25 dicembre 06, Kanchipuram.

Kanchipuram, Ekambareshvara Mandir, la vasca

La luce della mattina in India è qualcosa di particolare.
Non so come mai ma, quando la mattina apro gli occhi, entra sempre, miracolosamente, da destra.
Invade la mia camera irradiando timidamente un colore giallo pallido, rispettosa del morbidezza del sonno.

Questa mattina però, è preceduta da un irriverente suono ritmico, mitragliate. Tratattattaaaa!

È iniziato prestissimo e ne scopriamo la provenienza solo quando, dalla finestra, l’occhio scende dai lontani orizzonti e cade nel retro del cortile dell’albergo: diversi uomini si prodigano a tagliare verdure, e lo fanno, dalle prime ore dell’alba.
- Rouge guarda – indico alla mia compagna di viaggio - la nostra colazione!

Scendo al banchetto accompagnata dalla danza dei nostri sms che rimbalzano da due capi del mondo, ignorando il fuso orario. Riconosco che per l’ora e la distanza sono stata troppo ermetica, cerco per quanto possibile di spiegarmi in ultimo lungo sms e spengo il telefono, considerando che potrei lasciarti dormire, visto che da te è notte fonda.

La colazione non prevede quelle verdurine tagliate fini fini sulle piastrelle del retrocucina, o forse sì, se fossi stata in grado di chiedergli quella prelibatezza indiana.
Pago la mia ignoranza con pane e marmellata, e le petulanti lamentele della Sciura, altra compagna di viaggio che a quanto pare, non era preparata ai tempi e alle pause indigene.

Il primo tempio della mattina è l’Ekambareshvara Mandir di Kanchipuram, per gli amici, Kanchi, una delle sette città sacre dell'India.

L’autobus ci lascia poco lontano ed entriamo con le scarpe ai piedi. Dal gopuram d’ingresso alla sala colonnata c’è un ampio pezzo di sterrato. Ci viene incontro un giovane brahamana grassoccio, con due enormi occhi verdi, cangianti, ed un sorriso incurante del mondo.
Si chiama Narayana.
Narayana, come il figlio di Ajamila della storia tratta dal sesto canto del Bhagavata Purana. Nara significa uomo e yana viaggio. Nella storia, pronunciando il nome del figlio, il padre durante la sua vita peccaminosa, si salva davanti agli occhi di Yama, il dio della morte.
E sia chiaro… ed è solo una delle storie…

Lasciamo le scarpe nell’immediata vicinanza del complesso ad una signora con un dente solo, impegnato nel masticare le foglie di betel, quelle che ti fanno diventare labbra e gengive rosse. I

l tempio è vastissimo. Siamo accolti sotto la kalyana mandapa, la sala dalle mille colonne, Questo è il nome, ma le colonne non sono certo tante.
È ospitato qui, Nandi, il toro veicolo di Shiva, che ci indica chiaramente a chi è votato il tempio.
Lo spazio è stretto, le colonne non sono distanti tra loro più di 2/2,5 mt., le misure di un architrave in pietra.
Oltre, la vasca per le abluzioni, la tirtha. È enorme, l’acqua è verde e qualche forma umana la contorna sempre, uomini a bagno, donne che lavano gli indumenti, chi indugia a guardare l’acqua o a pasturare i pesci.

Narayana ci accompagna dentro, varchiamo un grande portone di legno.
Ci troviamo in un ambiente ampio, costituito da un percorso dal tracciato quadrato costeggiato da portici rialzati e coperti. Percorrendolo ci conduce al santuario vero e proprio, dove è custodito un prithivi-linga. ...il simbolo del maschile.
Riceviamo qui la nostra prima benedizione, giriamo intorno al fallo e il brahamana ci mette la campana in testa benedicendoci pronunciando il nostro nome.
Continuiamo il percorso quadrato sul quale si affacciano numerosi tempietti.
Narayana ci spiega che i brahamana di questo tempio sono circa 50 famiglie, davanti a noi un piccola folla.
Arriviamo in un cortile interno che racchiude il veneratissimo “albero di mango”, non uno qualunque, L’albero. Veneratissimo perché sembra che qui, Shiva, abbia concesso il perdono a Parvati - la sua shakti - che scherzosamente gli aveva chiuso gli occhi con le mani volendo giovare, senza pensare che avrebbe messo nell’oscurità il genere umano. Sciocca femmina!
Tutti i pellegrini salgono, girano interno, lo toccano, e ricevono un’altra benedizione, con terra grigia che si strofinano sulla fronte. Sembra che l’albero abbia potere di garantire sicura fertilità e perdono.

Io lo guardo e chiedo solo comprensione per quegli sciocchi e eccessivamente dotti sms che ti ho mandato troppo presto nel cuore della tua notte. Ma il mio telefono è silente.


Da qui ripartiamo per un altro tempio, sempre shivaita, il Kailashanath Mandir.
Ancora prima di scendere dall’autobus ci accolgono i venditori di ogni bene, ragazzini dalle gambine secche ma dalla testa fina, che sanno come lavorarsi un turista, strappandogli un sorriso. Entriamo nel cancello di recinzione del tempio salvandoci con un “dopo, dopo” che le creature già anticipano, avendolo imparato da chi sa quanti prima di noi.
Questo luogo è diverso dagl’altri, è più piccolo. Leggiamo la guida: “dedicato a Shiva, signore del monte Kailasha… voluto da Narasimhavarman I detto Rajasimba, leone tra i re, nel 700 d.c.” - lo stesso che edificherà lo Shore Temple che vedremo domani – “esempio significati di architettura dravidica”. Lasciamo le scarpe direttamente nel tempio, il vano di accesso, appena dentro le mura, è piccolo rispetto al precedente è il tempio. Dal cortile si vede al centro l’unico edificio sacro, aperto su di un lato con un portico che non conduce dentro. L’accesso è laterale e porta in un vano buio, dove se riuscissi a vedere qualcosa, metterei a fuoco la divinità. Ma vedo solo un enorme ghirlanda di fiori che ad occhio e croce, avrà uno spessore di 20 cm e non oso pensare la lunghezza.
Sembra che qui i fiori non deperiscano.

Percorriamo il percorso a ridosso del muro di cinta, ammirando le sculture del VIII sec. in parte, si leggono delle stuccature. Rimango incantata da una Durga sulla tigre. Ho letto che a sud, molto più che a nord, sono venerate divinità femminili come questa, energia di Shiva dalla forma terribile.

Prima di fare la terza visita, al nostro primo tempio visnuita - raro al sud, dove il culto principale è del divino Shiva, re della materia nella trimurti induista - si presentava necessario espletare un'esigenza fisiologica, mia, e di altre quattro compagne di viaggio.

Bene, dato l’impossibilità di trovare luogo per scendere in campo, Massimo-Guru-Mamma, ci mette letteralmente con l’autista del bus su due tuc tuc, che ci portano ad un bagno. Ma, dire che siamo scettiche è poco. Questi apitti indiani sono infernali, guizzano come pazzi nel traffico, frenano all’ultimo tuffo e suonano il clacson in continuazione. Ci ferma davanti ad un negozio e ci fa incamminare verso un lungo e stretto corridoio all’aperto, dove sono abbandonate delle bici. Entriamo in una stanza dove c’è un telaio e un uomo che tesse. Dovevamo avere la pipì a livelli da ottusione mentale per non capire che quello sarebbe stato il negozio dove la guida, ci avrebbe portato in seguito.

Diligentemente in fila, facciamo i nostri bisogni in due settori, quelli per il water e quelli per la turca. A me tocca quest’ultima, e ultima della fila. Appena giungo in postazione, dal mio professionale gilet, un-po'-fotografo-un-po'-Sampei, esce il cellulare, quel cellulare dal quale attendevo ancora risposte.

Questo esserino inanimato prende il via e si dirige, diritto, diritto al suolo, attratto da quella terrificante forza che è la gravità. Dato che la mia posizione era accademicamente scelta per far pipì, il cellulare mira la turca e rimbalza istericamente, come la pallina di un flipper colpito con tanto di sobbalzo d’anca, prima a destra, poi a sinistra, ancora a destra ed infine raggiunge il nero centro dello scarico.
In un nano secondo rifletto: sopporto lo schifo della mano immersa, o la sofferenza del dileguato contatto con te?
La prima che hai detto!

La mia mano si immerge nella pipì di quelli che l'hanno fatta prima di me, per cogliere subito il naufragato attrezzo.
Si perché ricordo che in India lo sciacquone si tira con il bricco fai da te.
Solo la paura dell’isolamento mi spinge a chiedere aiuto e a passare alla Cunese-madre-sprint, il cellulare spiegandole l’accaduto dal pertugio della porta, ancora in posizione accademica e scusandomi ripetutamente.
Non potendo fare altrimenti, nelle condizioni in cui ero, e non avendola ancora fatto, completo quell' impellente e inopportuna pipì.

giovedì 18 giugno 2009

Decidere in un clic

Una fotografia è una decisione morale presa in ottavo di secondo, o in un sedicesimo, o in un centoventottesimo.

Salman Rushdie, La terra sotto i piedi , Mondadori 1999

dell'ombra

martedì 16 giugno 2009

L'incantatrice di Firenze di Salman Rusdhie

More about L'incantatrice di Firenze

Un po' romanzo un po' favola, un grande racconto a cornice che scivola tra la corte di Fatehpur Sikri di Akbar il Grande Mogur e la Firenze dei Medici, da Lorenzo, al Savonarola, alla Repubblica al dominio subdolo di Leone X Papa Medici.

E' spassoso divertente ritrovarvi "uomini" personaggi come Machiavelli o Andrea Doria, vedere viva la città morta del grande Mogul viva e densamente abitata con le numerose moglie, la sua piscina, il suo elefante e il suo albero nella sala delle udienze.


Qui resoconti di viaggio su Fatehpur Sikri

UN LUNGO VIAGGIO di Rohinton Mistry

More about Un lungo viaggio

Ho adorato la contestualizzazione storica in un momento ben preciso di questo romanzo. Mi annoia leggere i saggi e i romanzi dai quali riesco capire l'evoluzione degli eventi mi piacciono molto.

Qui il momento storico è quello degli anni 70. Quando l'attuale Bangladesh dichiara l'indipendenza dal Pakistan. Scatta la repressione e onde di profughi si riversano in India. La cosa viene contenuta per quanto possibile, la tassa per i rifugiati ritorna molto spesso nella trama del romanzo. Poi l'attacco dell'India al Pakistan e l'autore ci tiene a sottolineare l'amore del popolo indiano per la propria patria, che non batte ciglio nel doversi accollare altri costi. Tutto questo in contrapposizione con la corruzione dilagante del governo e della Signora MADRE INDIRA.

Questo è il contesto in cui si muove Gustad Noble, il protagonista. Devo dire che all'inizio mi è rimasto antipatico. Lì sempre a perdersi nei suoi ricordi, negli agi passati, a piangersi addosso per non essere più ricco e possidente. Poi gli eventi, le delusioni, le meschinerie. Il suo essere uomo tra gli uomini, religioso ma facile preda di chi promette il miracolo, amico fraterno ma sempre con qualche dubbio, uomo corretto ma non con suo figlio... insomma uno di noi..

È un romanzo lungo, con qualche nota che si perde nelle pratiche religiose parsi, ma dal linguaggio agile e delicato, un soffio caldo e leggero.

martedì 5 maggio 2009

SALMAN RUSHDIE A FIRENZE



Salman Rushdie,
martedì 19 maggio

ore 18 al
Palagio di Parte Guelfa

a cura della Libreria Edison in collaborazione con Mondadori.

notizia da Firenze Spettacolo

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